Due vecchie bambole — giocattoli appartenuti alla madre dell’artista, custoditi come reliquie — siedono l’una accanto all’altra con un’aria vagamente inquietante. Come le Caffettiere, l’opera fa parte del ciclo dei primi anni Novanta con cui Cosmo racconta e critica la civiltà post-industriale, fatta di oggetti prodotti in serie e poi dimenticati. Il segno espressionista, i tocchi di colore veloci e i contrasti cromatici ne accentuano lo straniamento. È il ritratto malinconico di un’infanzia conclusa e di un mondo che baratta il valore con l’accumulo.